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Scritto e diretto da Laura Pasetti

Con Maria Calvo, Laura Faoro, Firmina Adorno

Musiche di Roberto Andreoni

Lighting designer Manuel Frenda

Costume designer Simona Paci

Assistente alla regia Lisa Capaccioli

Coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa e Charioteer Theatre

Merry Wives

the Merry Wives of William è un progetto prodotto da Charioteer Theatre e dal Piccolo Teatro di Milano che ha debuttato nell’aprile 2016 presso il piccolo teatro studio “Melato” di Milano.

Canone Inverso ha promosso la successiva distribuzione dello spettacolo, che è stato successivamente ospite del mese shakespeariano 2016 di Bari e vincitore del premio “Sonia Bonacina”  edizione 2016. Successivamente lo spettacolo è stato in cartellone presso la Sala Umberto di Roma (febbraio 2018)

Lo spettacolo in breve:

In The merry wives of William tre vedove si incontrano all’anniversario della morte del loro amato. Sono tre donne della sua vita: la moglie, e sappiamo per certo che l’ha avuta; l’amante e, anche se non lo sappiamo, possiamo sospettare che la fedeltà  non fosse una delle sue doti; un personaggio, anzi il personaggio femminile per eccellenza, diventato l’emblema della sua drammaturgia, Giulietta. Il caso le fa incontrare in un momento tragico: stanno piangendo l’amore perduto e vogliono suicidarsi. Ma la vicenda prende una strana piega quando scoprono che non è solo il dolore ad accomunarle: è anche l’uomo che hanno perso, lo stesso, William! Il dolore si trasforma in rabbia, la disperazione in complicità: in bilico tra follia e realtà , le tre donne compiono un percorso di consolazione, alternando riso e pianto, in un susseguirsi di quadri comico-surreali in cui si incastonano pagine tra le più famose del bardo (da Romeo and Juliet, a Macbeth, a Othello ai Sonetti), per celebrare così, con note e parole, l’attualità  del genio shakespeariano.

LocandinaMerryWivesNote di regia:

Giocando sul titolo di una delle più celebri commedie shakespeariane, Laura Pasetti mette in scena uno spettacolo sperimentale che unisce teatro e musica, fondendo il linguaggio seicentesco di Shakespeare con quello della musica classica contemporanea in un mix potente  di commedia in salsa anglosassone e virtuosismo strumentale. Traendo spunto dal mimo, dal grammelot, dal concerto teatrale e dalle tecniche strumentali contemporanee, la regista Pasetti immerge con gusto british tre musiciste nell’arte teatrale, in un surreale divertissement all’inglese, una bomboniera di sperimentazioni in chiave fresca ed accattivante. Le tre protagoniste si muovono all’interno di situazioni surreali delineate in quadri indipendenti ma che, al tempo stesso, si intrecciano agli altri attraverso la musica che, in questo spettacolo, non è un semplice accompagnamento o una cornice ai margini. E’ protagonista insieme alla parola e scandisce il percorso drammaturgico dei personaggi e delle situazioni. Le note danno corpo alle parole e, a volte, si sostituiscono ad esse stimolando l’immaginario dello spettatore.

Il compositore Andreoni così spiega: “Ho scelto di partire dalla lenta solennità  di una melodia di Dowland, autore contemporaneo del bardo, per costruire il sound musicale della pièce, ovvero una serie di miniature chiaramente connotative delle situazioni drammaturgiche ad esse collegate, nutrite e guidate dal ritmo del verso shakespeariano, da suonare in situazioni di postura, luce e sforzo psico-fisico anche molto scomodi, ma sempre aderenti al carattere e all’umore di ciascun personaggio.”

Il lavoro di ricerca musicale e performativa:

Il lavoro di ricerca musicale e performativa delle tre musicattrici si è focalizzato ad integrare il linguaggio dei brani di R. Andreoni ciascuna all’interno del proprio personaggio e del proprio strumento, connettendolo a gesti, a movimenti e ad una recitazione che sfruttassero le suggestioni offerte dalle sonorità contemporanee e le enfatizzassero in chiave drammatica. Richiamandosi alla ricerca e al lavoro di K. Stockhausen si è cercato, ad esempio, di sfruttare posture insolite e movimenti circolari per spazializzare il suono, oppure si è deciso di alterare le consuete tecniche esecutive applicandovi quelle di un altro strumento (il violoncello/liuto).

Effetti ritmici e dinamici con le sole voci – ora in funzione rumoristica ora legati al verso shakespeariano – hanno creato il sound surreale complessivo di una scena sempre pensata in acustico, alla stregua di un concerto da camera.

 

La scena e le luci:

La scena è estremamente essenziale, volutamente spoglia e surreale. E’ riempita in modo evidente dagli strumenti musicali delle tre musicattrici, che hanno la duplice funzione drammaturgica da un lato di definire spazialmente l’area d’azione musicale/performativa di ogni scena e dall’altro di trasformarsi essi stessi in oggetti di scena (il pianoforte/calderone delle streghe) o in veri e propri personaggi (il violoncello/Macbeth di Elisabeth, il flauto/William di Juliet).

Completano l’arredo scenico alcuni elementi mobili ed oggetti esageratamente vistosi (i cubi/sedute, i calici giganti, il tappetino sintetico della tomba), con funzione estraniante ed effetto ora paradossale ora comico.

L’illuminazione coadiuva il surrealismo scarno della scenografia, consistendo sul fondale in raffinate quinte di luce monocromatica di ispirazione Wilsoniana, in cui i colori stessi – ora intensi, ora soffusi, con una predilezione per un celeste onirico – creano atmosfere cromatiche ed emozionali strettamente connesse con la drammaturgia delle singole scene. Contrasti tonali, giochi d’ombra, puntamenti e controluce sono invece adoperati per valorizzare in dettaglio i momenti solistici delle tre protagoniste, specie quando la combinazione tra suono, parola e movimento diventa più evidente e complessa.

 

Coinvolgimento del pubblico:

Lo spettacolo si presenta snello (dura poco più di un’ora) e pensato per un pubblico trasversale: è estremamente godibile a diversi livelli,  in quanto avvalendosi di una comicità  all’inglese con ritmi serrati e colpi di scena surreali, rende immediati i contenuti colti che vuole trasmettere, dalla musica contemporanea a Shakespeare in lingua originale.  L’uso della lingua inglese adoperato nei dialoghi è estremamente semplice e richiede competenze di base, corrispondenti ai primi anni di scuola secondaria. Lo spettacolo, comico e colto, intercetta un pubblico ampio per fasce sociali, culturali e anagrafiche,  e presenta contenuti fortemente validi anche a livello didattico.

 

La regista Laura Pasetti:

“Avevo in mente un esperimento: volevo creare un ponte sonoro che permettesse di far arrivare Shakespeare a più livelli e da varie angolazioni. Mi interessava soprattutto il rapporto tra la nota e la parola, tra la lirica e il verso. Creare situazioni musicali che potessero “suonare” le parole di Shakespeare e allo stesso tempo far scivolare le parole nella musica come fosse un processo naturale.

Conoscevo già  le tre musiciste per un precedente lavoro assieme e sapevo che erano abbastanza folli da accettare! La parte più difficile sarebbe stata quella teatrale: non chiedevo loro solo di suonare e interpretare la musica, cosa che sapevano fare benissimo, ma di trasformarsi in “attrici”, di “recitare”, e non un testo qualunque, bensì i versi del Bardo! Sono state molto coraggiose. Si sono buttate a capofitto nell’avventura con quella giusta dose di incoscienza fondamentale per un esperimento del genere, ma anche con incondizionata fiducia e di questo le ringrazio di cuore. Nulla sarebbe stato possibile senza questi due fondamentali ingredienti. Non pretendevo certo che si trasformassero in attrici dopo un mese di prove. Volevo che sperimentassero il “dire” intensamente quanto il “suonare” e che la loro voce, la loro autenticità  di persone e di artiste desse corpo a queste tre donne sul palco con gusto, con divertimento e con grande semplicità. Abbiamo fatto esercizi teatrali, esercizi vocali e d’improvvisazione. E ho pensato spesso a Tadeusz Kantor e ai suoi meravigliosi esperimenti dove metteva in scena musicisti! Esiste una specie di incantesimo che avviene in qualcuno che fa qualcosa per la prima volta non per mestiere, ma perchè lo vuole, soprattutto se si tratta di qualcuno che crede fortemente nel potere dell’arte e che con l’arte già ci lavora. Si tratta infatti di cambiare chiave per aprire la medesima porta, si tratta di affrontare l’ignoto con quella luce interiore che viene dalla certezza che ciò che ti anima prenderà il sopravvento e non è mera curiosità, è istinto, è sangue, è desiderio. A questo processo si perdona l’incertezza della pronuncia o la goffaggine di un gesto, perchè si legge oltre. Il risultato sono tre straordinarie musiciste che si lanciano con il trapezio cimentandosi in salti mortali con personaggi difficilissimi. Prevale la forza della parola e della musica, che come due immense ali, le salvano ogni volta dai rischi che stanno correndo.”

 

Il compositore Roberto Andreoni:

Ho affrontato la composizione delle musiche per questo lavoro teatrale incoraggiato da alcuni fattori che, in corso d’opera, si sono rivelati sempre più autentici e consistenti fino ad eccedere le aspettative: primo fra tutti la grinta, serietà , bravura e propensione al rischio sia delle performers/co-autrici che della regista/autrice. In secondo luogo mi sono sentito coinvolto nel progetto in virtù di un amore comune per Shakespeare, per il teatro e la musica; l’interesse condiviso per l’incessante ricerca tra suono e movimento, gesto fisico e gesto musicale, forme di interazione performativa non tradizionali, forme di apprendimento non limitate all’esercizio mnemonico. L’interesse personale per un rapporto non univoco della musica col testo, con la recitazione, col sound e il ritmo della lingua inglese, i processi narrativi, il corpo, la memoria. Rispetto ad altri miei lavori di teatro musicale mi ha intrigato fin da subito poter collaborare con artiste esigenti e scrupolose ma anche resistenti alle lunghe estenuanti sessioni di prove, capaci di non perdere mai una goccia di entusiasmo: colte, preparate e disciplinate come cameriste di razza, ma anche dotate di capacità critica, creatività , sfrontatezza e flessibilità attoriale.

Gli undici brani che sono progressivamente emersi avevano bisogno di un filo conduttore collegato a qualche archetipo musicale shakespeariano, ma abbastanza minimale da garantire facili uscite verso i linguaggi della nuova musica e altrettanto comodi rientri qualora l’architettura drammaturgica lo richiedesse. Ho scelto di partire ispirandomi alla melodia della canzone Time stands still” di John Dowland, coevo e amico di Shakespeare.

Sulla soglia di quella lenta solennità, oltre la quale il tempo si ferma, ho intravisto una possibile pacificazione al tormento interiore delle tre vedove innamorate, una soluzione quasi inevitabile del loro dramma. Da quelle note è scaturito il sound di ciascun episodio musicale, grazie alle implicazioni drammaturgiche e psicologiche che via via si svelano al pubblico e ai personaggi stessi: lo scatto d’ira, l’invidia, la malinconia, il desiderio, i sospiri, ‘istintualità , l’isteria, il rifiuto oppure l’accettazione della realtà , la competizione, il disprezzo e al contempo il sostegno vicendevole delle tre insopportabili, adorabili, irresistibili amanti di William. Il contesto suggeriva pezzi brevi, chiaramente connotati, non impossibili da memorizzare e da suonare in condizioni di postura, luce e sforzo psico-fisico “scomodi”. Ciascuna di queste miniature, nutrite e guidate dai versi shakespeariani in lingua originale, cerca di piegare le “textures” e il materiale melodico, armonico, ritmico, metrico, timbrico o dinamico al carattere dei tre personaggi-strumenti e alla direzione da loro impressa alla rispettiva situazione, attraverso le doti tecniche ed espressive più evidenti delle esecutrici.”